Una vecchia storia, la stessa, sempre nuova, prima non eravamo, e adesso...sì.
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Appendice ventitre-terza parte
When you sing, when you sing
The stars fill up my eyes
Galaxies pour down my cheeks
Galaxies…they flood the street
Galaxies(L.Veirs)
Camminando verso l’ufficio, come di consueto, ho analizzato tutti gli aspetti del post da scrivere ma, sarà l’età, ho dimenticato quasi tutto e andrò a braccio al solito. Come salvarsi, si diceva, da questa massa di roba già sentita, vista e digerita, allora? Ognuno ha i suoi metodi, io resisto con i miei mezzi. Il trucco sta nel farsi prendere di sorpresa…facile a dirsi ma quando ascolti o leggi qualcosa che sa abbondantemente di scopiazzato che si fa? Ecco io trovo, anche nei libri più triti e risaputi, quei piccoli aspetti nascosti, quegli angolini non spazzati, quelle stanze segrete all’interno delle quali si trovano piccoli tesori. A volte tutto si riassume in una frase o in una pagina, altre volte i passaggi che sento miei sono più lunghi. Questo espediente è quello che stava alla base del mio primo blog (che indipendentemente dal fatto che parlava di film, canzoni, libri, quadri ecc. era quindi molto autobiografico) nel quale le “piccole istantanee” non erano altro che punti di vista marginali, nascosti, aberranti di cose più o meno ben note. Quello che mi piace trovare è appunto il passaggio inessenziale, dove per me si cela l’essenza e il succo della storia. In un romanzo cerco di trovare la storia nella storia, quel romanzo minimo che si nasconde nell’altro più grande. In un testo non romanzesco mi colpisce proprio la casualità incongrua di certi personaggi o spunti romanzati, dove non ce ne sarebbe bisogno. E così, allo stesso modo, non riesco a fare una cosa alla volta, in maniera organica e metodica; devo affastellare tanta roba, cose diverse per cercare di essere sorpreso dai legami, dai fili rossi inattesi che vengono fuori. Tutto ciò comporta rinunce e spesso fughe improvvise ché mi passa a volte la voglia di approfondire ulteriormente, una volta trovato l’aspetto che mi colpisce. E’ solo così però che faccio le scoperte che mi consentono di mantenere un forte interesse (anche se momentaneo) per quello che mi circonda. Che poi è il discorso che si faceva qualche giorno fa sulla importanza di correre veloci per non farsi prendere. Io sono così. Non è un bel vivere a volte. Ma non ne conosco altri.
Se non lo dico qui dove se no?

Appendice ventitre-seconda parte
Sento arrivederci e già penso addio (perturbazione)
Sono strabico (ma non anestetizzato, pseudocit.). Guardo a Nord e a Sud (come Giano) contemporaneamente. Percepisco l’oggi e penso a ieri, penso a ieri e non posso fare a meno di guardare all’oggi e pensare, in anticipo di troppo tempo, a quello che accadrà. Forse era una digressione, boh. Comunque il fatto è che nel definire radioheadiano l’ultimo dei Sigur Ros e nel trovare spunti sigurrossiani nell’ultimo Coldplay, ad esempio nel finale di Fix you (si quadrerebbe il cerchio nell’ ascoltare un nuovo disco coldplayano dei Radiohead), non faccio altro che dare ascolto a quello che già si trova nella mia testa senza riuscire a discriminare il già sentito che si è sedimentato con gli anni o con i mesi. E così nel pensare che il disco dei CYHSY non è altro che Little Creatures n.2 (anche se so che qualcuno non sarà d’accordo), o nel pensare che questo cantautore americano qui non è altro che l’ultimo emulo di Nick Drake, o ancora nell’ascoltare l’ultimo bellissimo cd di Laura Veirs e ritenere che sia il disco più bello di Suzanne Vega dai tempi di
Appendice ventitre dove si parla di canzoni per parlare di libri e viceversa (prima parte)
Come si è più volte detto, il lettore ingenuo non esiste più...se mai è esistito. Il bombardamento mediatico lo impedisce e se prima il tam tam era delicato e leggero (l'amico/a che ti suggeriva, forte della sua sola lettura, il libro appena iniziato) adesso prima di accostarti alla copertina, sai già tutto. Vorresti resistere ma loro sono più forti di te e soccombi. O comprare il libro a scatola chiusa, quindi, (e occhi socchiusi, cit.) o aspettare un paio di anni che decanti il battage e procedere all’acquisto a freddo, trascorso il giusto periodo di frollatura. Peggio ancora con le ultime novità musicali, forse. Forse...perché succede sempre, ed è magia, che si incontri per caso un motivo mai sentito prima, una nenia che irrompe nei padiglioni auricolari e fa breccia fino al cuore. Mi è successo di recente, tra l’altro, mentre seguivo una delle ultime puntate della seconda serie di Senza traccia, un solitario sabato sera. Verso la fine dell’episodio si alza, al di sopra delle immagini di immensa tristezza che caratterizzano spesso il sottofinale di puntata, una canzone. Bella voce, bell’arpeggio…chi diavolo è? Sembra, sembra…tante cose ma non riesco ad individuare…Il giorno dopo sguinzaglio i segugi e chiedo lumi al Vate musicale. Vengo indirizzato ad un sito dove un benemerito raccoglie, artigianalmente, le musiche e i brani che vengono utilizzati per le puntate di Without a trace. Rintraccio con sforzo la puntata giusta e decodifico. David Berkeley-Fire Sign. Whoaoooo! Inseguo notizie in rete, rintraccio la canzone, il testo, l’album, rari file dal vivo…si tratta di un cantante che ancora non appare sulla miriade di riviste che leggo. Io non ascolto la radio ma immagino non si senta nemmeno lì visto che quelli a cui mi rivolgo non lo conoscono. E’ una “mia” scoperta quindi. E questo aggiunge sale al piacere già provato nel sentire le prime note del brano. Ma di solito…le cose non vanno affatto così…(continua)
Appendice ventiduesima ovvero Blogosfera e Blogorrea.
Ogni decisione che prendiamo ha un costo morale (Spielberg?)
A Natale si è tutti più buoni. Non io che sono uno di quelli che abolirebbero le feste di questo tipo dal calendario (e infatti non prenderò nemmeno un giorno di ferie). Qualche riflessione però mi è venuta lo stesso proprio passeggiando per la città e l’argomento era: il mio ombelico e cioè il mio rapporto con i blog miei e altrui. La storia inizia l’anno scorso. Grazie ad Ivan ci affacciamo a questa nuova opportunità di comunicazione tra internauti che ci viene offerta (prima, in tempi diversi facevamo parte, con lui e lui, di un gruppo yahoo di adepti di MV). Diamo un’occhiata ai vari blog di qualche interesse che troviamo in giro (il numero allora era molto più circoscritto) e devo dire che quasi nessuno di quelli che sbirciavo allora mi metteva voglia di bloggare a mia volta. Mi era sufficiente leggere e raramente commentare (con grande circospezione…netiquette oblige). L’effetto sorpresa passa ma la curiosità di avere a che fare con i blog no. Il primo a lanciarsi è LUI. E noi tre, per commentare prima siamo costretti a loggarci e poi per caso, per impeto o per incoscienza ci scegliamo un angolino della blogosfera dove dire le nostre cose. Il mio di angolino “fotografa” piccoli spunti presi da canzoni, libri, film, opere d’arte che mi hanno impressionato e che riprendo con punti di vista ristretti e personali. Mi si dice che le mie cose sono incommentabili, e forse è vero. Passa un po’ di tempo e cambio piattaforma per dire cose diverse, spunti “saggistici” e altra robina che in parte riflette i miei studi eclettici e fuori sesto. Poi venne fuori un blog joyciano, un altro nicodemitico, un altro su cose mie che scrivevo per uso personale, un altro (a quattro mani) sulla pittura manierista, ecc. ecc, fino ad arrivare a quelli attuali (erounaltro, stazione, immaginette, lateoriadellabbraccio e quelli ancora in forma di progetto). Nonostante le pressioni di qualcuno , ridurre l’impeto blogorroico in un solo blog generalista sarebbe per me oltremodo difficile, chè raramente quello che scrivo è attuale e le varie anime che convivono in questo individuo proteiforme verrebbero a collidere. Allora meglio così. Decido io dove postare (qualche volta ho chiesto anche ospitalità, in forma anonima…) e cosa scrivere e perchè. Mi dispiace per quelli che si perdono qualcosa e mi dispiace anche per me, ma mi piace troppo correre e cercherò sempre di evitare di farmi acchiappare. A presto...
http://www.rtsi.ch/guareschi/capitolo1.html
In questo sito potete trovare, se siete interessati, un file audio che in streaming, con real player, vi consente di ascoltare "Cinquecento lire" di G.Guareschi letto da Sarah Tognola.
Avendo ristrutturato il mio vecchio blogghino vi invito a darci un'occhiata. Se dopo tutte le decisioni e indecisioni tra mantenerlo in vita o farlo passare nel dimenticatoio è ancora vegeto ci sarà un PERCHE'.
Appendice ventunesima ovvero il lettore ingordo, da piccolo, era più vecchio, allora.
Mia madre insegnava. Io leggevo. Non credo di essere stato un bimbo felicissimo e coccolatissimo, ma nemmeno infelice. Ho vissuto l’infanzia in una specie di limbo in cui gli amici migliori e più fidati sono stati i libri. Dato il mestiere di mia madre, quelli, non mancavano. Ho avuto la possibilità di leggere tanti autori che le antologie hanno completamente tagliato fuori dalle successive ondate letterarie. Un nome tra tutti : Giovanni Guareschi. Conosciuto per lo più come l’autore dei romanzi di Don Camillo e per, adesso incomprensibili, atteggiamenti politici fu anche un gustoso raccontatore dell’Italia degli anni ’50, quella della rinascita post-bellica. Uno splendido racconto guareschiano mi ha accompagnato nella mia vita di tutti i giorni. L’ho sempre raccontato per spiegarmi e spiegare agli altri certe assurdità della vita, chè poi a questo serve per lo più la letteratura, a spiegarci come in uno specchio gli enigmi del vivere umano. In questo racconto (che andrebbe letto parola per parola per apprezzarne l'amaro umorismo) Giovannino (l'io, protagonista) si trova a prestare, prima della guerra, in un periodo di grandi ristrettezze, ad un amico “cinquecento lire”(è anche il titolo del racconto). Passano i mesi e l’amico, nonostante le promesse, più volte ripetute, non restituisce i soldi a Giovannino. A un certo punto è lo stesso Giovannino a trovarsi in imbarazzo nell’incontrarlo, che lui, per parte sua, nonostante la necessità, non solleciterebbe l’amico ma è l’atteggiamento di quest’ultimo che si rivela quasi oltraggioso nei confronti del generoso Giovannino. Passano gli anni, scoppia la guerra, i due amici si perdono di vista. Solo mesi dopo la fine del conflitto (siamo ovviamente di nuovo in periodi di ristrettezze economiche) i due, prima casualmente, poi con più frequenza, riprendono a vedersi. A Giovannino l’episodio del prestito è tanto passato via dalla testa che, alla fine del racconto, quando, con un biglietto fatto recapitare dal figlio, l’amico si trova a sollecitarlo a restituire, lui, Giovannino(il creditore), i soldi che l’amico(?!?) gli ha prestato prima della guerra, il protagonista, mortificatissimo per la dimenticanza, mette le cinquecento lire in una busta allegando le sue più sentite scuse e sentendosi meglio, per avere, finalmente riparato al torto fatto. Ecco nella vita va spesso così. Siamo noi a subire il torto (diciamo “a fare il prestito”) e quelli che dovrebbero essere nostri debitori hanno, nei nostri confronti, l’atteggiamento di chi invece si sente in dovere di avere motivi di avercela con noi. E così non solo abbiamo fatto la bella azione ma dobbiamo pure essere mortificati da chi riteniamo di avere beneficato. A dire il vero mi è capitato il contrario (ecco le contraddizioni dell’esistenza) e cioè di aver nutrito sentimenti poco generosi nei confronti di chi nulla mi aveva fatto per essere aggredito ma anzi mi aveva sempre concesso la propria amicizia. E allora? Sono le oscure strade della psicologia umana. Mai rettilinee e sempre tortuose. Qualcuno potrebbe dire : sei complicato. Io? Solo io?