Ero un altro, prima

Una vecchia storia, la stessa, sempre nuova, prima non eravamo, e adesso...sì.

Eccomi

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martedì, 23 agosto 2005

Parto. Rimarrò via un paio di settimane. Mi appresto a finire un libro che non voglio portarmi dietro e scelgo quelli che mi faranno compagnia in viaggio. Ne scelgo uno verde, uno arancio e uno giallo : i primi tre di una collana che quest’inverno mi ha incuriosito e della quale ho comprato i primi 10 volumi usciti. Ne ho già letti senza entusiasmo un paio. Non mi hanno ancora “chiamato”, ma non dispero. Può darsi che durante questo giretto verso il nord Italia riuscirò ad appassionarmi. Può darsi che li sfoglierò soltanto.soglia3 Potrebbero anche diventare le mie letture preferite (ne ho già altri, degli stessi autori, in attesa, nello scaffale). Cosa conterà? Il nome e la fama dell’autore? Il titolo del libro? Il colore? L’editore? La mia buona o cattiva disposizione d’animo? Del resto sono libero…questa è la cosa importante. E pur sapendo che partire è un po’…un po’…quella cosa lì insomma…farò la valigia e vedrò cosa c’è di bello in giro. A presto.

Postato da: FMP a 06:44 | link | |

sabato, 20 agosto 2005

Titoli, dediche,epigrafi, note, chiose, pre e postfazioni, tavole, colophon, ecc. Tutta roba che ci avvicina e ci allontana dal contenuto di un libro. Una barriera o una passatoia che ci consente l'approccio più piacevole oppure lo respinge per sempre. I colori, si diceva. Ma anche la carta con la quale è fatto un libro. Il carattere. Gli spazi. I vuoti e i pieni. Tutto ciò non ha niente a che fare col nocciolo duro di un testo ma è proprio quello che ci consente di dire : questo è un libro da leggere...o meno. La riflessione è in se banale ma serve a rifletter sul fatto che in effetti basta pochissimo per perdere per sempre un amico fedele, il libro della tua vita. Basta un paratesto, giusto o sbagliato, e nulla sarà più come prima. Potevi essere un altro e invece.... sei ancora, sfortunatamente, tu.

Postato da: FMP a 09:42 | link | |

venerdì, 19 agosto 2005

Cap. V ovvero iniziare e (mai) finire. Soglie e paratesti.

Leggo dal libro che ho tra le mani “R. faceva collezione di libri che poi non leggeva. In passato no, aveva sempre letto tutto quello che comprava, ma ormai aveva così poco tempo.. E poi era diventato più critico, non era disposto a sorbirsi fino alla fine un tomo che non gli piacesse veramente : la sua pazienza durava al massimo dieci pagine.” Si è già detto della voracità del giovane lettore e della analicità successiva. La terza fase, per così dire, è quella della somma instabilità. Da un lato non ci si sente più obbligati a terminare la lettura. D'altro canto ci sono momenti in cui analizzare e spaccare il capello in quattro proprio non è cosa. La fase medianica è quella in cui, incongruamente, leggerete con avidità 10 gialli di Rankin ma avrete somma difficoltà a finire metà libro di Bettini. Insomma attrazioni e repulsioni non ben classificabili e che dipendono da tanti aspetti diversi. Uno è quello della "soglia". Il libro è un edificio con una porta, più o meno aperta, all'interno della quale si deve decidere se entrare o meno. Se la "soglia" ci sembra accogliente (di quello che scorgeremo dalla soglia, dell'interno, parleremo dopo) ci accostiamo e facciamo qualche passo in avanti. Ecco. Un altro passo. La porta è solida e colorata? Siamo predisposti ad entrare a passo di carica. E' grigia, fragile e angusta? Ci sono ottime probabilità che quella linea di demarcazione non venga superata. Ovviamente tutto è lasciato al gusto individuale. Quello che è grigio per me può avere per te infinite variazioni di tono. Quindi, forse, ogni soglia attira il suo lettore. Come la casetta di marzapane della favola di H. e G. Un altro passo ancora e la porta si chiuderà alle tue spalle.

Postato da: FMP a 07:23 | link | |

giovedì, 18 agosto 2005

Intermezzo primo  ovvero il libro è come il maiale…

Scrivo e riecheggio cose già scritte da altri. Riarrangio spesso peggiorando e a volte migliorando, meno spesso, quello che altri hanno già scritto sull’argomento prima di me. Sfoglio un libro cercando una cosa ben precisa (ne riparleremo) e serendipiticamente trovo quello che non cerco. “Ora così (a furia d’ammaccature) venne a maturazione l’anima mia, ancora acerba. In poco tempo divenni un altro da quel che ero prima”.  Ma questa, questa doveva essere l’epigrafe di questa storia! E dire che si tratta di un libro che, per altri aspetti, avevo ben presente quando ho cominciato a sviscerare queste vicende. Succede che i libri ci parlino e non li ascoltiamo, e viceversa. Oggi in questo solitario pomeriggio estivo il libro ha parlato da solo (come a volte parlano i numeri, in altra parte dello stesso romanzo). Si tratta di un libro che mostra (anche) dei libri e si tratta di un libro da cui volevo spremere ("suitably camouflaged") alcune idee geniali spacciandole per libresche, ad esempio la parte del casinò. Non so se riuscirò vedremo. Fatto sta che secondo me questo è il più bel romanzo italiano del Novecento. Memoria, morte, identità, sentimenti paterni, filiali, amore, libri, danaro, potere, mistero e aldilà, un libro che trasuda intelligenza ad ogni riga. Dimenticato. Buono per le biblioteche scolastiche. Basta. E’ vero che del libro non si butta nulla … tranne la memoria di se.

Postato da: FMP a 07:03 | link | |

mercoledì, 17 agosto 2005

Sfoglio le pagine di una edizione della Divina Commedia senza note che comprai molti anni fa. Avrò sei o sette versioni della DC. Trovo tanti vecchi amici. Tante frasi a me note, personaggi che non esito a definire "buoni conoscenti". Nei miei anni passati, fatti di lezioni private, letture scolastiche da un lato o l'altro della cattedra, ripetizioni pomeridiane, l'analisi e la lettura ripetuta all'infinito della Commedia si risolveva alla fine in un mantra piacevole e rilassante. Non avevo più bisogno di sfogliare il libro. "Leggevo" il testo anche guardando fuori dalla finestra, era dentro di me. E questo era bello. Ero riuscito ad andare oltre, non sentivo più la costrizione di imparare, ero libero di sapere.Il libro come estrema libertà. Avvenne pure che riuscissi, in particolari stati di coscienza, ad aggiungere al testo parti che Dante non aveva previsto. Borgesianamente integravo l'opera di spunti che trovavano la giusta collocazione senza sforzo. Creavo aggiunte inesistenti ma credibili. Mi azzardai a farlo anche col canto finale, il XXXIII del Paradiso, sostenendo che ben si adattava ad integrare i versi 65-66 ("così al vento ne le foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla")  un'aggiunta che conduceva i responsi sibillini lontano dall'antro cumano in un arco di tempo variabile da uno a due anni. Avevo raggiunto un nirvana in cui tutto mi era permesso. Senza l'aggiunta di materie sintetiche scavalcavo la lezione dantesca verso picchi più alti. Ma ad ogni somma ascesa segue una ricaduta. Come imparai a tempo debito.

Postato da: FMP a 08:01 | link | |

martedì, 16 agosto 2005

"History, Stephen said, is a nightmare from which I am trying to awake", dice Joyce in "Ulysses". Io parafrasando potrei dire che "la citazione ossessiva è un incubo da cui non riesco a svegliarmi". Non ci si sottrae al fascino che suscitano certe frasi ad effetto, molte delle quali stanno nei testi delle canzoni ma, vuoi mettere citare un bel Carroll("Prima la sentenza, seguirà verdetto"), un Terenzio ("Homo sum , nihil humano a me alienum puto"), un Cervantes("La paura ha molti occhi, e vede anche le cose che stanno sottoterra"), uno Shakespeare ("Parole, parole, parole"), un Giovenale ("Probitas laudatur et alget"), un Virgilio ("Sunt lacrimae rerum...") e via citando? Solitamente la citazione ha una scadenza. Si tende a citare più spesso il libro che si è appena letto, sottolineato, digerito e che sta facendo il suo bell'effetto nella nostra scatola cranica. Spesso invece ci sono delle citazioni che ci girano nella testa e che per la loro forza di slogan tendono a ripresentarsi ciclicamente. Dante, Manzoni, i Vangeli hanno la forza cogente dei proverbi, dei detti degli antichi, buoni per ogni momento della giornata e proprio come i proverbi stanno bene su tutto, riuscendo ad adattarsi ad ogni cosa e al suo contrario. Se ne consiglia un uso parco perchè l'eccesso delle frasi fatte può far pensare a chi ti sta davanti che tutta l'impalcatura della tua mente brillante si regga su basi prefabbricate, germogli che tendono velocemente ad appassire, trombe ormai sfiatate.

"Stephen jerked his thumb towards the window, saying: — That is God.
Hooray! Ay! Whrrwhee!
— What? Mr Deasy asked.
— A shout in the street, Stephen answered, shrugging his shoulders. "

Postato da: FMP a 08:40 | link | |

sabato, 13 agosto 2005

Cap- IV ovvero l’eccitazione della citazione.

 Ad una fase ingorda, bibliofaga, onnivora della lettura in cui l’imperativo è finire il libro ad ogni costo subentra un periodo autoptico, analitico, riflessivo nel quale invece ogni frase viene sottoposta a dissezione ed esaminata come se in essa si potesse racchiudere chissà quale significato. E’ quella fase che consente di investire chi ci circonda di citazioni ad effetto, più o meno opportune e sensate che gradualmente ci alienano ogni umana simpatia perché avere in mezzo ai piedi uno che in ogni occasione ha da dire la sua appoggiandosi all’opinione insindacabile di chissà quale autorità letteraria è, diciamola tutta, una bella rottura di scatole. Il citatore folle, nel suo periodo peggiore è cieco, avanza come un bulldozer verso l’ultima meta : sparare a qualunque costo la sua citazione preferita. Si parla di funghi? E vai con la citazione. Si parla del tempo? Questo ci ricorda certamente qualche pagina di Jerome…Si parla di malattie? Troveremo certamente qualcosa di istruttivo ed edificante da citare. Si tratta solo di una fase è vero. Se dura troppo però si tratta del modo migliore per riuscire a raggiungere la tranquillità più assoluta : nessuno vorrà più ascoltare i nostri sproloqui. E questo mi fa venire in mente una  pagina di Stendahl nella quale…… 

 

Postato da: FMP a 11:02 | link | |

venerdì, 12 agosto 2005

Le tappe di una vita sono costellate di libri e ... dolori. "Il gabbiano Jonathan Livingstone", "Biplano" e "Nessun luogo è lontano"? Era il periodo in cui frequentavo D. "Porci con le ali" e "Cent'anni di solitudine"? In quella fase stavo con L.  "Memorie di Adriano" e "Ottimo lavoro, Professore!"? Li leggevo con S. Questi libri sono da evitare, provocano troppi ricordi, peggio di 6 chili di "madeleines". Ma a volte gli spasmi del passato riaffiorano a sorpresa mentre stai rileggendo una P.D.James o la Poetica di Aristotele...perchè il cervello del lettore funziona così. Rizomaticamente. E mette in relazione parti e pezzi che all'apparenza non dovrebbero stare insieme. E lì scatta, improvviso, il magone, il groppo alla gola che ti impedisce non solo la prosecuzione della lettura ma addirittura di pensare ad altro. A me succede anche con certe canzoni, mi è sufficente la lettura del testo. Un "In France they kiss on main street" o "The same situation" oppure "I don't believe you" mi lasciano in depressione per giorni. E quindi a volte la fascinazione della rilettura comporta pericoli inattesi. Un consiglio : leggete sempre roba nuova, fresca, sganciata da qualsiasi riferimento al passato....tanto, un giorno o l'altro, diventerà fonte di "chagrin d'amour" anche lei.

Postato da: FMP a 09:16 | link | |

giovedì, 11 agosto 2005

C'è un'estetica del dolore anche nel lettore, basta averne cognizione. Non è necessario leggere cinquanta libri dello stesso autore per autoinfliggersi mazzate alle celluline grigie degne di un Tafazzi. A volte basta una sola lettura, approfondita, e ti sei giocato quell'autore per sempre. Ci sono libri che respingono, per quanti sforzi tu possa fare, che ti dicono a voce alta "Vade retro, non siamo fatti l'uno per l'altro". Tu cerchi di prendere la rincorsa, disperata, pensando "ce la faccio, è la volta buona" e in effetti riesci ad arrivare a pagina 15. Se soltanto, se, forse...niente. Arrivato al punto in cui lui comincia ad elencare la sterminata genealogia di parenti, amici e consanguinei, per l'ennesima volta, dai forfait. Ritieni che una fattura, un insieme di inesplicabilità e convergenti negatività, ti negheranno per sempre il piacere di goderti alcuni capolavori della letteratura russa, Céline, Melville, Cervantes e ti disperi perchè cosa può mai essere la vita del lettore senza i capisaldi della narrativa europea? Però poi, nel chiuso dei tuoi pensieri, te la godi perchè subentra una sana forma di snobismo e ti dici che solo una fortunata serie di circostanze ti impedisce di accedere ad alcuni dei più noiosi libri che la "mens" letteraria abbia mai concepito e allora...apriamo insieme l'ennesimo, anodino e innocuo, giallo di J.B.Livingstone (un autore che ha vergogna a far sapere che scrive gialletti di poco conto) e rilassiamoci in attesa del prossimo infruttuoso tentativo. Hai ancora una vita davanti a te per farti del male.

Postato da: FMP a 07:44 | link | |

mercoledì, 10 agosto 2005

Cap.III  ovvero rileggere è un pò morire

Ecco, a proposito della Duras, a volte si leggono libri e autori solo per farsi del male. Ovvero nella segreta speranza che quello che stai leggendo sia il nuovo capolavoro del nostro (che sai benissimo che non scrive più nulla di decente da 15 anni e 15 libri che ti sei sciroppati per intero) e non il solito "pacco" che venderà solo perchè quello lì si è fatto una fama che definire immeritata è un eufemismo. Appunto ossessione è anche comprare l'ennesimo libro di David Lodge anche se sai che non ti divertirà come il primo, l'ennesima variazione sul tema Malaussene di Pennac anche se sai che la magia dei primi tre è svanita per sempre, l'ultimo di Umberto Eco anche se sai che...a ben pensare forse sei tu che sbagli.Tu lettore (ipocrita), tu sprovveduto immobilista che non si rende conto, che il mondo gira, l'economia gira, le balle girano e gli scrittori si evolvono in direzioni imprecisate ed impreviste. Per questo ti chiedo, e ne ho piena consapevolezza, se ti capiterà di leggere l'ultimo Tabucchi non prendertela con lui, poverino, che non scrive più cose magiche come Notturno indiano, sei tu che sei rimasto fermo a 20 anni fa, datti una mossa, passa a qualcosa di più fresco (che non sia nemmeno lontanamente imparentata con Baricco, insomma) e lascia pur grattar dov'è...la rogna, troverai presto il tuo scrittor, alla bisogna.

Postato da: FMP a 07:41 | link | |

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