Una vecchia storia, la stessa, sempre nuova, prima non eravamo, e adesso...sì.
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Appendice ventunesima ovvero il lettore ingordo, da piccolo, era più vecchio, allora.
Mia madre insegnava. Io leggevo. Non credo di essere stato un bimbo felicissimo e coccolatissimo, ma nemmeno infelice. Ho vissuto l’infanzia in una specie di limbo in cui gli amici migliori e più fidati sono stati i libri. Dato il mestiere di mia madre, quelli, non mancavano. Ho avuto la possibilità di leggere tanti autori che le antologie hanno completamente tagliato fuori dalle successive ondate letterarie. Un nome tra tutti : Giovanni Guareschi. Conosciuto per lo più come l’autore dei romanzi di Don Camillo e per, adesso incomprensibili, atteggiamenti politici fu anche un gustoso raccontatore dell’Italia degli anni ’50, quella della rinascita post-bellica. Uno splendido racconto guareschiano mi ha accompagnato nella mia vita di tutti i giorni. L’ho sempre raccontato per spiegarmi e spiegare agli altri certe assurdità della vita, chè poi a questo serve per lo più la letteratura, a spiegarci come in uno specchio gli enigmi del vivere umano. In questo racconto (che andrebbe letto parola per parola per apprezzarne l'amaro umorismo) Giovannino (l'io, protagonista) si trova a prestare, prima della guerra, in un periodo di grandi ristrettezze, ad un amico “cinquecento lire”(è anche il titolo del racconto). Passano i mesi e l’amico, nonostante le promesse, più volte ripetute, non restituisce i soldi a Giovannino. A un certo punto è lo stesso Giovannino a trovarsi in imbarazzo nell’incontrarlo, che lui, per parte sua, nonostante la necessità, non solleciterebbe l’amico ma è l’atteggiamento di quest’ultimo che si rivela quasi oltraggioso nei confronti del generoso Giovannino. Passano gli anni, scoppia la guerra, i due amici si perdono di vista. Solo mesi dopo la fine del conflitto (siamo ovviamente di nuovo in periodi di ristrettezze economiche) i due, prima casualmente, poi con più frequenza, riprendono a vedersi. A Giovannino l’episodio del prestito è tanto passato via dalla testa che, alla fine del racconto, quando, con un biglietto fatto recapitare dal figlio, l’amico si trova a sollecitarlo a restituire, lui, Giovannino(il creditore), i soldi che l’amico(?!?) gli ha prestato prima della guerra, il protagonista, mortificatissimo per la dimenticanza, mette le cinquecento lire in una busta allegando le sue più sentite scuse e sentendosi meglio, per avere, finalmente riparato al torto fatto. Ecco nella vita va spesso così. Siamo noi a subire il torto (diciamo “a fare il prestito”) e quelli che dovrebbero essere nostri debitori hanno, nei nostri confronti, l’atteggiamento di chi invece si sente in dovere di avere motivi di avercela con noi. E così non solo abbiamo fatto la bella azione ma dobbiamo pure essere mortificati da chi riteniamo di avere beneficato. A dire il vero mi è capitato il contrario (ecco le contraddizioni dell’esistenza) e cioè di aver nutrito sentimenti poco generosi nei confronti di chi nulla mi aveva fatto per essere aggredito ma anzi mi aveva sempre concesso la propria amicizia. E allora? Sono le oscure strade della psicologia umana. Mai rettilinee e sempre tortuose. Qualcuno potrebbe dire : sei complicato. Io? Solo io?